Il primo giorno….. di scuola


1 dicembre 2015. È il mio primo giorno di scuola. Veramente ricordo altri “primi giorni di scuola” nel passato, ma questo è particolare.
Nel Teeteto, Platone dice che la meraviglia è l’origine di ogni conoscenza, che dallo stupore nasce la sapienza e, quindi, la filosofia. Ci penso guardando i volti sorpresi delle bidelle, mentre i miei sandali varcano per la prima volta la soglia del liceo a cui sono stata destinata con la riforma della Buona Scuola. Mi accorgo che lo stupore delle loro facce domina, con altrettanta forza, sulla mia con l’aggiunta di una notevole dose di disorientamento.
“Sono una nuova docente” irrompo in quel momento di dubbiosa sospensione. Sono le uniche parole che escono dalla mia bocca e non so se le sto dicendo solo per giustificare la mia presenza alle bidelle che stanno disegnando grandi punti interrogativi con i loro sguardi, oppure semplicemente per convincere me stessa di quello che sta realmente accadendo. Alle reazioni di tutti servono attimi in più per riorganizzare le idee, gli schemi soliti: una suora? Una suora che insegna? Una suora può insegnare?
La lentezza dei primi istanti si interrompe drasticamente al suono della campanella: l’aria comincia a muoversi vorticosamente, le bidelle scompaiono richiamate ai loro posti di manovra, gli insegnanti sbucano e si dileguano nei corridoi …. e LORO entrano. Le gentili bidelle mi chiedono di attendere in un angolo dell’atrio, proprio vicino al totem elettronico su cui i ragazzi strisciano i badge per segnalare nel registro telematico la loro presenza. Mentre mi interrogo su quello strano strumento che ai miei tempi non c’era – Oddio! Come farò? – mi espongo, come quel totem, allo sguardo strisciante dei ragazzi che poi, dopo pochi passi, si trasforma in risatine, sguardi e gesti interrogativi, sorrisi, per i più estremi qualche saluto. Dopo questo primo momento di iniziazione, vengo accolta dal vicepreside che mi introduce nel suo ufficio.
Essendo stata assunta come insegnante dell’organico di potenziamento, nuova categoria di insegnanti creata ad hoc dalla legge 107, sarò coinvolta nei progetti didattici e nelle sostituzioni brevi degli insegnanti assenti. Detto. Fatto. Prima ora. Prima sostituzione.
“Andiamo! L’accompagno io!”: il vicepreside mi guida verso la classe. Attraversiamo corridoi bianchi in cui si alternano porte arancioni che, come possono, contengono il vociare all’interno. Qualche testa sbuca, vedetta incaricata dalle retrovie di avvistare ogni movimento di avvicinamento.
I miei sandali stanno per varcare un’altra soglia, un altro varco che si apre per essere attraversato, un confine che separa il prima dal dopo con la sola certezza di quei passi che avanzano uno dopo l’altro condotti da un altro, dalla mia guida che ogni tanto si volta per avvertirmi: “è una classe un po’ agitata”. Fino a quando lo spazio compresso del corridoio sfocia in quello ben più ampio dell’aula in cui una massa ancora disarticolata sta cercando di ricomporsi nella sua forma di classe. Forma che si immobilizza nell’ascoltare la presentazione che il vicepreside fa della nuova insegnante. Sorrido e avverto con forza che l’abito che indosso è la mia nudità: pur coprendo le membra dice tutto, scopre il cuore, mi espone immediatamente, senza coperture a questi sguardi, a queste facce segnate dall’esplosione della pubertà.
Eccomi, Signore! Eccomi qui, nel deserto, nel luogo del faccia a faccia, dove non ci si può nascondere, ma solo avanzare verso un incontro, una promessa, verso un oltre che non si vede, ma c’è. Signore, ogni persona è come un porto: dal porto si salpa per intraprendere un viaggio per una méta; al porto si approda dopo il viaggio. Gli albanesi per indicare l’àncora dicono “spirancë”, speranza. Mi pare, Signore, di essere giunta ad un porto e ciò che mi áncora, mi fa restare, nonostante il timore, è proprio la speranza che Tu compi la Tua opera con noi, per noi, nonostante noi!
Sono arrivata ad un porto da cui un giorno salperò nuovamente, ma oggi mi hai condotto qui.
La porta si chiude e la mia guida mi lascia sola … con LORO. Devo iniziare io, ovviamente, così provo a dire: “Allora, ragazz……”, ma l’immobilità iniziale si scioglie immediatamente in un getto continuo di domande: “Ma lei è una suora? Ma è anche una prof.? Ma si può fare? Come ha fatto: è diventata suora e poi ha studiato per fare la prof.? Ma che suora è? Non è che facciamo religione? Noi non la facciamo. Le suore stanno in convento? E i frati? Ma frati e suore si parlano? Ma una suora può ripensarci? Perché lei si è fatta suora? Non le manca il marito? Lei è come sr. Cristina di The Voice? O come Sister Act?”. Le domande, quando sono sincere e non semplicemente investigative, sono uno spazio di attesa e di accoglienza. Così, mentre provo a dare qualche risposta, chiarendo la mia identità e dissociandola da quella di Woopi Goldberg e di sr. Cristina, scopro che quei giovani volti incuriositi mi stanno facendo entrare con la mia nudità, anzi che proprio questa nudità, di cui Dio mi ha fatto dono, sta aprendo un piccolo varco per entrare in un giorno come tanti, in un luogo quotidiano come la scuola.
Platone non lo sapeva, ma lo stupore è da Dio, Lui è la novità che irrompe nei nostri giorni, che anima e vivifica la quotidianità perché è la vita.
Sono passati pochi giorni dal primo giorno di scuola. Ogni giorno, però, si sono aperti dei varchi, dei passaggi di umanità. Altri rimangono chiusi, a volte duramente, oppure a metà, ancora indecisi su che posizione prendere.
Al termine della prima settimana di scuola, un ragazzo, guardandomi intensamente, mi ha chiesto: “Prof, lei crede in Dio?”. Questa domanda, che da subito mi è sembrata buffa, ogni giorno mi ritorna in mente, perché è centrale. Mi aiuta a fare quotidianamente la professione di fede, a implorare questo dono dal Signore. Tutti i giorni, ogni giorno, come il primo giorno.
Sr Sara Capelli